“I don’t sleep, I take care of the roses”
Parents are the people we, paradoxically, know the least. Like any other unknown human being, with the aggravation of being the ones who gave us life. Men and women without a past, men and women born with us. It’s a fragmented imagination made up of a few words and images that gives us back their story. It was Christmas day when my father, jokingly, said to my daughter Nora: “I don’t sleep, I take care of the roses.” Those words were a revelation. I immediately thought of a photograph found in the family album; a precious chest of humanity made of moments, laughter, secrets, pains, and lies. In that photograph taken in the summer of 1967, dad was posing in front of the window open to the panorama of his beloved mountains, and in front of him, on the windowsill, there was a vase overflowing with pink flowers. And then a gesture, reverential: a hand caressing the flowers as if to protect all the beauty of the world. In that photograph is my father, his essence, his wonder, and that delicate gaze of his on the world. When I think of him, I think of a lush, colorful garden, the blue sky, and its starry nights. I think of the cold wind in the mountains, the green waters of a river, and that vase of flowers on the windowsill. A man is much more than mere flesh and bones. It only took a few words and a photograph to tell the story of a man’s entire life. These photographs are the story of a life and an imaginary garden, far away, where a father and a daughter will always be able to meet.
I genitori sono le persone che, paradossalmente, conosciamo meno. Al pari di qualsiasi altro essere umano sconosciuto, con l’aggravante di essere coloro che ci hanno donato la vita. Uomini e donne senza passato, uomini e donne nati con noi. È un immaginario frammentato fatto di poche parole e immagini a restituirci la loro storia. Era il giorno di Natale quando mio padre, in tono scherzoso, disse a mia figlia Nora: “Io non dormo, curo le rose”. Quelle parole furono una rivelazione. Pensai subito a una fotografia trovata nell’album di famiglia; prezioso scrigno di un’umanità fatta di momenti, risate, segreti, dolori e bugie. In quella fotografia scattata nell’estate del 1967, papà posava davanti alla finestra aperta sul panorama delle sue amate montagne e davanti a lui, sul davanzale, si trovava un vaso traboccante di fiori rosa. E poi un gesto, reverenziale: una mano accarezzava i fiori come a proteggere tutta la bellezza del mondo. In quella fotografia c’è mio padre, la sua essenza, la sua meraviglia e quel suo sguardo delicato sul mondo. Se penso a lui, penso a un rigoglioso e colorato giardino, al cielo azzurro e alle sue notti stellate. Penso al vento freddo delle montagne, al verde delle acque di un fiume e a quel vaso di fiori sul davanzale della finestra. Un uomo è molto di più che semplice carne e ossa. Sono bastate poche parole e una fotografia per raccontare l’intera vita di un uomo. Queste fotografie sono il racconto di una vita e di un giardino immaginario, lontano, dove un padre e una figlia potranno sempre incontrarsi.
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